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Portiamo nelle scuole un'educazione socio emotiva coordinata da persone esperte e basata sulla ricerca per combattere la violenza di genere e le discriminazioni

 

Perché gli uomini commettono violenza? Nella contemporaneità non ci si può arrendere alla pseudo-evidenza dell’uomo violento per natura: sappiamo che differiamo dagli animali perché non siamo preda dell’istinto, abbiamo la possibilità di scegliere. È anche vero, però, che la psicanalisi e gli studi affini hanno approfondito il rapporto tra scelta e pulsione e hanno sottolineato l’importanza del contesto, la dimensione culturale e ambientale che influenza i processi emotivi. 

 

Ad oggi viviamo in un ambiente che normalizza la violenza affermando la condizione di preda senza problematizzare quella di predatore.

Le fonti internazionali più autorevoli nel mondo della ricerca rilevano una cultura sessista indisturbata che fatica a tenere il passo con una società che invece evolve quotidianamente, polarizzando i rapporti tra le persone e mettendo alla prova la loro salute fisica e mentale: c’è dunque in gioco la sicurezza e il benessere della società in quanto comunità composta da individui. 

 

Con una petizione si richiede allo Stato, in particolare ai Ministeri della Salute e dell’Istruzione, un impegno concreto per affrontare alla radice il problema della violenza e delle discriminazioni culturali legate al genere, agendo attivamente sul potenziale aggressore determinato dalla cultura prima che l’aggressione si verifichi. Questo è possibile attraverso l’educazione socio emotiva e di genere, lo sostiene il mondo della ricerca.

Si propone di introdurre programmi scolastici aggiornati da integrare nel piano di offerta formativa di tutte le scuole, dalla materna alla maturità, creati con persone competenti che si occupano di ricerca nell’ambito psico-emotivo e degli studi di genere. L’obiettivo specifico, oltre a quello di tutelare l’autodeterminazione dell’individuo, è di mettere fine alla violenza di genere, comprovatamente legata a un ruolo che reprime e opprime.

 

La catena della violenza

La violenza di genere e la mutilazione psichica e emotiva dei nati maschi sono intrinsecamente connesse. Il problema è complesso e, a questo proposito, Michael Reichert, psicologo clinico e ricercatore presso la Pennsylvania University, costruisce una sorta di consecutio della violenza:


“Richiedere ai ragazzi (di sesso maschile) di differenziare ciò che mostrano al mondo e ciò che sentono dentro accade spesso e fin da piccolissimi. Già a due anni imparano cosa va bene mostrare e cosa tenere per sé. I ragazzi crescono con questa maschera che col tempo coinciderà con loro stessi. Imparano presto a non considerare il proprio cuore.

Le ferite emotive fanno crescere uomini più infelici, tristi, ansiosi e costituiscono il terreno fertile che potrebbe condurre a farli perdere in esibizioni di maschilismo, nel cedere all’alcolismo o al consumo di droghe e a cadere con più probabilità nel bullismo e nelle violenze sessuali.

La chiave per cambiare questa cultura è nel modo in cui gli adulti (genitori, ma anche insegnanti e educatori) capiranno il meccanismo usando strumenti per aiutare i ragazzi a svilupparsi in senso sociale ed emotivo”


Tratto da un articolo di Agnese Ferrara per ANSA.

Secondo le ricerche il problema è da imputare a una tossicità che gli individui di sesso maschile stessi subiscono in giovane età, interiorizzano e replicano – è lì che bisogna agire. 

Claire Cain Miller riporta per il New York Times diverse ricerche che provano come i nati maschi fatichino a tenere il passo perché non provvisti di nuovi strumenti di relazione, mantenuti in una cultura ancorata a modelli ancora troppo simili a quelli dei loro nonni, mentre la società evolve. Il ruolo in quanto uomini rimane univoco e questi sono scoraggiati nell’avere interessi considerati femminili, che spesso implicano cooperazione, empatia e diligenza. Allo stesso modo rimane univoco ai loro occhi il ruolo delle femmine in quanto donne.

Arianna Cavallo per Il Post riporta una ricerca di Andrew Rainer, il quale ha raccolto una serie di studi su come i bambini maschi siano emotivamente e intellettualmente danneggiati dal modo in cui ci si rivolge a loro: un linguaggio molto più involuto e povero, più assertivo e meno empatico di quello utilizzato con le femmine.

Cavallo cita anche uno studio portato avanti per due anni dalla biologa Judy Chu: fino a 4-5 anni i maschi hanno la stessa abilità delle femmine nel leggere le emozioni degli altri e nel coltivare le amicizie. Arrivati alle elementari, a volte un po’ prima, cambiano atteggiamento, tramutando l’empatia in distacco, diventando competitivi e tenendo alla larga gli amici.


Le istituzioni non possono più lasciare al caso l’educazione socio emotiva e di genere degli individui, perché c’è in gioco la vita umana, il benessere sociale, psicologico e la sicurezza di un’intera comunità.

Firma questo appello per un'Italia socialmente sostenibile che permetta alle future generazioni di convivere pacificamente.